Il ritorno dei Borboni

Published on PaperUni Anno 0, Numero 7

Vorrei non fosse il titolo di un articolo da due centesimi, ma quello in prima pagina di tutti i giornali, italiani, o meglio napoletani e quelli delle decine di ridicoli staterelli capaci solo ad odiarsi e a farsi guerra a vicenda e poi mettersi d’accordo solo quando, per loro incapacità ridotti alla fame, si accorsero che c’era nella penisola un regno ricco e opulento, per ricchezze materiali e culturali, da depredare.

Certo che ormai si tratta  di una provocazione da due centesimi e che i Borboni non torneranno e che ormai dobbiamo convivere con i “fratelli” d’Italia, certo che una lega sud sarebbe ridicola quasi quanto quella nord.

Tuttavia non è male ogni tanto ricordare chi siamo noi e chi sono loro e soprattutto da dove veniamo noi e da dove vengono loro; perchè sì, nonostante l’Italia, ci siamo ancora “noi” e “loro”.

Probabilmente questa dualità, questa contrapposizione, è dannosa sia per noi che per loro, tuttavia la contrapposizione tra i “fratelli” d’Italia si và sempre facendo più forte: un po’ tutti gli schieramenti politici la acclamano e la chiamano “federalismo”.

E allora la prospettiva di un nuovo “Regno delle due Sicilie” non è poi così fantasiosa come pareva fino a poco tempo fa, e poco importa se chi lo governa non si chiami Borbone purchè abbia la stessa competenza, la stessa lungimiranza, lo stesso amore per l’arte, per la musica, per la bellezza, per la tecnica, per la scienza e soprattutto per il proprio popolo dei vari Carlo, Francesco e Ferdinando.

Ancora più bello sarebbe poi che ognuno si riappropriasse di ciò che è stato artefice: il Piemonte potrebbere restituire a Napoli tutto ciò di cui si è appropriato, a partire dagli arredi della Reggia di Caserta, che Lina Wertmuller, quando doveva girare “Ferdinando e Carolina”, trovò sparsi un po’ nei palazzi sabaudi, per passare al patrimonio del Banco di Napoli, che era quattro o cinque volte superiore a quello di tutte le altre banche della penisola, e finire con la restituzione del Reale Opificio Borbonico di Pietrarsa (Portici) che venne letteralmente portato a Sampierdarena (provincia di Genova) e rinominato “Ansaldo”; e in compenso riprendersi indietro la camorra che già c’era, ma era molto marginale e per niente organizzata, che loro hanno sostenuto ed eretta a “tutore dell’ordine pubblico” durante e dopo l’invasione dei garibaldini.

A tal proposito una curiosità storica, al tempo dell’occupazione piemontese, i cosiddetti “tutori dell’ordine pubblico” (che fino a pochi giorni prima erano chiamati camorristi) erano contraddistinti da una coccarda tricolore sul cappello!

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